Sportello Turistico Quintino Cataudella Scicli (RG)


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Festa delle Milizie

Sentieri delle Tradizioni

La prima fonte scritta che ci parla della "sacra rappresentazione" della battaglia tra cristiani ed infedeli risale alla fine del 1400 ed è, ancora una volta, costituita dalla Memoria del sacerdote Di Lorenzo. In questa memoria, infatti si parla della grande devozione del popolo di Scicli, il quale ogni anno "fa la fexta cum la fincta bactalia". Ad avere studiato in questi anni con grande attenzione e competenza la festa è stato lo studioso Paolo Militello. "Ab antiquo il luogo della festa fu...la spiaggia di Donnalucata. Li sbarcavano da varie scialupe i marinai dei due scali di Sampieri e Donnalucata...
...A poco a poco il luogo della battaglia si scelse sempre più vicino all'abitato e ora (fine '800) lo scontro si prepara nel piano dell'Oliveto fuori il limite meridionale della città". All'inizio del Settecento, secondo quanto ricostruisce Paolo Militello, è datato il primo mandato della contabilità comunale, "per la festa da celebrare nel sabato di Lazzaro, per la rinnovazione della memoria che si fa ogni anno, quando nostra Signora comparve, visibilmente, a cavallo, e concultò "Belcane", con tutti li saracini". Nel 1736 il miracolo della vergine a cavallo venne ufficialmente riconosciuto dalla chiesa con decreto di papa Clemente XII. Al 1819 risale un'àpoca (una quietanza) del notaio Antonino Emmolo, dove si trova indicata la spesa per "clarinetti, trombe, tamburi, 17 soldati urbani, capo militare, sergente e sei soldati, cartocci dei milizziotti, trabucco, ragazzo che cantò lodi, vino per i marinai, che lortarono la statua due volte".


Dalla fine dell'Ottocento le descrizioni della festa si fanno molto più numerose, anche per l'interesse suscitato in molti studiosi di tradizioni popolari (soprattutto Vigo, Pitrè, e Guastella). Ma qual era svolgimento della festa all'inizio del Novecento? Ecco la descrizione fornita da Concetta Cataudella nel 1919: "Ogni anno, quindici giorni prima di Pasqua, si fa la festa della Madonna della Milizie. In questa festa popolare importante sono tradizionali tre giorni di fiera... Nel pomeriggio del sabato su di un'antica barca a vela, posta su ruote, si avvicina alla Matrice Belcane con un manipolo di uomini travestiti da turchi e armati di sciabole e tromboni.

Nel punto opposto della Matrice trovasi Ruggiero di Altavilla, col suo stato maggiore ed alcuni soldati Cristiani armati di sciabole e fucili, preceduti da una bandiera nazionale. Spari, fumi, grida! Esce dalla Chiesa l'artistica statua della Madonna delle Milizie. All'apparizione della Madonna suonano a festa le campane; Turchi e cristiani sparano; Belcane ed i suoi con la bandiera turca scappano. La Madonna gira il paese; al piano Oliveto si ferma. Ritto su di un palco di legno sta Belcane col suo stato maggiore. [Segue l'alterco tra San Ruggiero e Belcane]. Arriva la Madonna; i Turchi fuggono, i cristiani sparano e l'inseguono.

La madonna giunge sotto un'antenna mobile di legno... che porta ai fianchi ed alla sommità parecchi angeli di legno verniciato. L'antenna si abbassa, gira intorno, gli angeli si muovono e salutano Maria. La musica intona la marcia reale, l'antenna si alza e si fissa. Un giovinetto vestito da angelo sale sul palco, base dell'antenna, e, con voce caratteristica, lenta, patetica, sentimentale canta... l'inno di ringraziamento alla Madonna". Non mancavano particolari che rendevano colorita la sacra rappresentazione. Ad esempio fino alla fine del Settecento (e, forse, fino ai primi dell'Ottocento) in cima all'antenna "anzichè angeli di cartapesta venivano collocati alcuni "gittatelli" [bambini abbandonati] nati da pochi giorni, che forniva il locale brefotrofio. Lo spettacolo, barbaro ed inumano, si ripeteva anche in altre feste, religiose o no" (M. Pluchinotta, Memorie di Scicli, 1932). Purtroppo qualcuno di questi bambini, sospesi all'asse girevole, qualche volta ci moriva.

Un altro aspetto caratteristico era costituito dai costumi utilizzati dagli attori: "I Normanni a volte non [erano] che pochi volenterosi vestiti alla meno peggio... a capo dei quali sta[va] sempre un Gran Conte Ruggiero con una vecchia uniforme di musicante o di guardia municipale, schiacciato sotto un elmo del reggimento di cavalleria Real Palermo di borbonica memoria". I Turchi un tempo erano i pescatori di Sampieri e di Donnalucata, guidati da un maestoso Belcane con in bocca una pipa monumentale. Un anno, però, Belcane "aveva tanto pochi Turchi nella sua [barca] che, non sapendo come meglio ma riempirla, vestì le donne di casa sua da odalische e scese a Scicli con tutto l'harem". Nel dialogo fra Ruggero e Belcane, inoltre, non mancavano allusioni politiche e battute suggerite dai fatti del giorno. Era come assistere ad una "pasquinata": nel 1900, per esempio, si udì l'emiro Belcane parlare al Conte Ruggero di Garibaldi e dei moti di Milano e del 1898; un altro anno, invece "Belcane prese a gettare sulla folla, assiepata attorno al palco, manciate di carrubbe, quasi fossero "chiappe" di tabacco, per dimostrare l'abbondanza di cui avrebbero goduto i Siciliani sotto il suo Governo. Chiara allusione satirica al Governo piemontese, che aveva istituito il monopolio dei tabacchi".

Negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali la leggenda sembra subire un altro processo di "attualizzazione". Nel nuovo clima socio-culturale nasce la figura dell'eremita che cerca di fare da mediatore di pace fra i due contendenti: senza dubbio tale personaggio risente l'influenza dei tempi che viviamo, in cui gli orrori delle guerre passate destano vivo negli uomini il desiderio di scongiurarle, invocando pacifiche soluzioni nel contrasto tra i popoli. E' questa, dunque, la dimostrazione della capacità del mito di "attualizzarsi", configurandosi come un "sistema aperto": saldamente ancorato alla realtà socio-politica che lo esprime, ma anche capace di adeguarsi ad essa senza perdere la sua autonomia.

(Si ringrazia l'Autore GIUSEPPE SAVA' per la concessione)


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